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Case di Comunità, il volontariato entra nel modello di assistenza territoriale

Intervista pubblicata su Panorama Sanità il 17 settembre 2026

L’ASL Latina avvia nei cinque Distretti un progetto per integrare volontari e Terzo Settore nelle Case di Comunità. Assunta Lombardi: «Non una presenza occasionale, ma persone formate, riconosciute e inserite in un’organizzazione strutturata».

Le Case di Comunità sono uno dei cardini della riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77. In questo quadro nasce il progetto dell’ASL Latina dedicato al ruolo del volontario nelle Case di Comunità, promosso dalla direttrice del Dipartimento Staff Assunta Lombardi insieme alla direttrice generale Sabrina Cenciarelli.

L’iniziativa coinvolgerà i cinque Distretti aziendali e punta a trasformare il volontariato da presenza episodica a componente organizzata della rete territoriale. I volontari non sostituiranno i professionisti, ma li affiancheranno nelle attività non cliniche: accoglienza, orientamento, ascolto, accompagnamento, facilitazione digitale, promozione della salute, sostegno ai caregiver e mediazione interculturale.

Ne parliamo con Assunta Lombardi, direttore del Dipartimento Staff dell’ASL Latina.

Dottoressa Lombardi, da quale esigenza nasce questo progetto?

“Dalla consapevolezza che il nuovo volto dell’assistenza territoriale non possa essere costruito soltanto attraverso edifici, tecnologie e prestazioni. Una Casa di Comunità diventa realmente tale quando il cittadino trova un luogo accessibile e capace di accoglierlo.

Anziani, persone fragili o con minore dimestichezza digitale possono avere difficoltà a comprendere dove andare e a chi rivolgersi. Il volontario può ridurre questa distanza, ascoltando, orientando e accompagnando il cittadino nella complessità dell’organizzazione sanitaria. In questo senso, accogliere è già una prima forma del prendersi cura”.

Qual è il rapporto tra il progetto e il DM 77?

“Il DM 77 indica la direzione della nuova assistenza territoriale: prossimità, integrazione, multiprofessionalità e continuità della presa in carico.

Il nostro progetto traduce questi principi in un modello organizzativo che integra anche le risorse civiche e il Terzo Settore nella vita delle Case di Comunità.

Il decreto definisce l’architettura della sanità territoriale. Come Azienda dobbiamo fare in modo che quell’architettura acquisti anche una dimensione relazionale e sappia dialogare con la comunità. Il volontariato può dare un contributo importante, purché la sua presenza non sia improvvisata”.

Che cosa distingue questo progetto da altre esperienze di collaborazione con le associazioni?

“La robustezza organizzativa. Abbiamo voluto superare accordi informali e iniziative isolate, definendo governance, ruoli, percorsi di inserimento, formazione, tutoraggio, supervisione e strumenti di valutazione.

Il progetto affronta cinque sfide interconnesse: coprogettazione; inserimento dei volontari; misurazione delle attività e dell’impatto; formazione uniforme; promozione della cultura del volontariato e rafforzamento delle reti territoriali.

È un modello pensato per essere attuabile, trasparente, misurabile e migliorabile”.

Perché la governance è così importante?

“Perché la partecipazione diventa reale quando esistono luoghi, responsabilità e procedure attraverso cui le diverse realtà possono confrontarsi.

È prevista una regia aziendale per garantire coerenza tra i cinque Distretti, insieme a nuclei distrettuali e tavoli permanenti nelle Case di Comunità. ASL, professionisti, Comuni, associazioni, Terzo Settore e comunità potranno condividere bisogni, priorità e risultati.

Governance non significa aumentare gli adempimenti, ma evitare frammentazioni e sovrapposizioni, chiarendo responsabilità e modalità di collaborazione”.

Quale sarà concretamente il ruolo dei volontari?

“Abbiamo individuato quattro grandi profili: accoglienza e orientamento ai servizi; relazione e ascolto, soprattutto per persone fragili e caregiver; promozione della salute, prevenzione e alfabetizzazione sanitaria e digitale; mediazione interculturale.

Il volontario accoglie senza sostituirsi, orienta senza decidere, ascolta senza invadere. La chiarezza del ruolo rende il suo contributo più efficace e sicuro”.

Il progetto attribuisce particolare importanza alla formazione. Perché?

“Perché la formazione è innanzitutto una forma di rispetto: riconosce che il volontariato richiede competenze, consapevolezza e conoscenza del contesto.

È previsto un percorso progressivo, con una formazione di base prima dell’inserimento, moduli specialistici, formazione congiunta con gli operatori, aggiornamenti, laboratori e supervisione.

Saranno affrontati temi come missione delle Case di Comunità, ascolto attivo, relazione con le persone fragili, privacy, sicurezza, lavoro in équipe e utilizzo degli strumenti di registrazione”.

Come verrà valutato il valore prodotto?

“Non ci limiteremo a contare i volontari. Misureremo anche accessi facilitati, persone e caregiver sostenuti, qualità percepita, capacità di orientamento, continuità della partecipazione, coordinamento con i servizi e fiducia generata nella comunità.

Utilizzeremo registri delle attività, questionari rivolti a cittadini, caregiver, volontari e operatori, report periodici e momenti di audit civico.

Misurare significa rendere visibile il valore prodotto e individuare ciò che può essere migliorato”.

Il progetto sarà uguale in tutti i Distretti?

“Avrà una struttura aziendale comune, ma dovrà adattarsi alle caratteristiche dei territori. Uniformi saranno principi, garanzie, formazione, confini dei ruoli e strumenti di monitoraggio; i bisogni dovranno invece essere letti localmente insieme alle associazioni del Terzo Settore.

Ogni Distretto ha una propria rete associativa e specifiche fragilità. Per questo sono previste l’analisi dei bisogni e la mappatura delle risorse civiche: associazioni, fondazioni, parrocchie, reti informali e servizi comunali”.

Qual è, in definitiva, il valore più profondo di questa iniziativa?

“Restituire centralità alla persona. Una sanità territoriale moderna deve essere efficiente, competente e tecnologicamente avanzata, ma deve anche saper riconoscere solitudine, disorientamento e fragilità.

Il volontario può diventare un ponte tra la Casa di Comunità e il territorio, contribuendo a costruire fiducia e appartenenza. Per questo dobbiamo prenderci cura anche di chi si prende cura, attraverso formazione, supervisione, riconoscimento e sicurezza.

Il volontariato non deve servire a colmare carenze organizzative: è una componente preziosa della comunità, portatrice di relazioni, competenze e cittadinanza attiva.

Il territorio avrà davvero un volto umano se istituzioni, professionisti e volontari sapranno riconoscersi parte della stessa comunità di cura. È questa la sfida che la direttrice generale Sabrina Cenciarelli e io abbiamo voluto raccogliere per l’ASL Latina”.

   

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